Parigi – Rubaix challenge 2016

Riders steer their bikes on a cobblestone-paved section of the 100th edition of the Paris-Roubaix cycling classic, in Roubaix, northern France, Sunday April 14, 2002. (AP Photo/Michel Spingler).

Ci sono corse che ti entrano nella testa come nelle ossa.
Qeuesto è il caso della Parigi Roubaix, ho deciso tanti mesi fa di intraprendere quest’avventura, fantastica e incredibile.

Mesi di sacrifici e levatacce, tante ore in bici sotto neve pioggia e vento per acclimatarsi a quello che è definito “l’inferno del nord”, fino alla partenza venerdì 8 aprile 2016, da Bologna verso Roubaix in aereo.
Arriva la fatidica mattina e il ritrovo è ad un orario che già è difficile solo da dire, perché la sveglia ha suonato alle ore 3:15; vestizione di “Fantozziana” memoria e alle passa con il pulmino Andrea Tonti, ex pro nonché titolare della “Bike Division tour operator” a cui ho affidato ( con un eccellente successo) l’organizzazione di questa avventura.
Ci si avvia al Velodrome dove verranno caricate le bici per recarci alla partenza di Busigny.
Ora io non so quale sia l’idea che avete di questa corsa, ma vi assicuro che dal vivo è peggio, molto peggio di quello che si vede in tv.
Facciamo la conoscenza del pavè in modo brutale il primo tratto dopo 13,5 km di gara parte in discesa ed è umido, ergo il pavè è più simile al ghiaccio che ad una pavimentazione stradale, della serie ” benvenuto all’inferno”, anche i settori che sembrano “normali” di normale non hanno nulla, forse anche poco di umano.
Il pavè ti sfianca sia fisicamente, perché ti distrugge spalle,braccia e mani, che mentalmente, piano piano inesorabilmente ti leva energie. Si susseguono i settori, poi da lontano dopo circa 76,5 km ( per il percorso lungo amatori) si vedono gli ascensori di pozzi da miniera che preludono ad una sola cosa: “la Foresta d’Arenberg”. Ovviamente ci attende circa 2,5 km circa di pavè umido e pieno di fango, ora i sampietrini della Foresta sono semplicemente sassi messi in un ordine sadico per mettere in difficolta i ciclisti, non mi vergogno a dire che sono stati, nel medesimo tempo, i più tremendi e incredibilmente meravigliosi chilometri della mia vita. Da questo “inferno” entri ciclista ed esci eroe (se sei riuscito a rimanere in piedi), l’impatto fisico da li in poi è devastante, mani e braccia si spengono e solo la voglia di arrivare in fondo fa continuare la corsa. Con l’avvicendarsi dei settori inizia il conto alla rovescia per il più temuto di tutti famigerato “numero 4”, non che gli altri già percorsi siano una passeggiata, insidie e pietre sconnesse sono sempre dietro l’angolo. Il “numero 4” però cela il “Carrefour de l’Arbre”, 2100 mt di puro terrore in pietra, dove molte volte si è decisa la corsa. Quello che senti risalendo l’erta, sono i rumori della bici che si lamenta e delle pietre che massacrano i cerchi trasmettendo tutto a mani e braccia…fino al cervello. Quando “si esce da li” si ha la netta sensazione nella testa che sia finita, ma una curva a destra dopo 50 mt ti fa risvegliare dall’incubo e si entra così nel settore successivo senza poter prendere fiato. Da qui in poi si comincia ad assaporare il profumo del trionfo, fino al settore celebrativo in mezzo al viale che porta al tanto agognato “Velodrome”. Altre due curve a destra e tutto acquista un qualcosa di magico, l’ingresso al “Velodrome” trasforma tutto quello che fino a poco prima era terribile in qualcosa di meravigliosamente romantico. L’impresa è fatta la “Parigi Roubaix challenge” è conclusa, quel giro di pista con arrivo a braccia alzate vale i mesi, anzi anni di sacrifici.
Sfrutto queste righe scritte col cuore per ringraziare i miei compagni d’avventura Stefano e Loris con cui oltre alla corsa ho condiviso i trasferimenti da e per Roubaix. Un grazie molto speciale va ad Andrea Tonti, non solo per l’organizzazione, ma anche per la dimostrazione che i ciclisti sono di una pasta differente rispetto ad altri sport, facendo sentire tutti come un gruppo di amici ( molti di noi nemmeno si conoscevano ), e i preziosi consigli anche durante la corsa, Da parte di ci scrive è stato un onore averlo conosciuto e aver potuto pedalare con lui in questa avventura. Ultimo ma non ultimo, grazie a Candido, sempre calmo e con il sorriso è stato il prezioso e fondamentale meccanico con la sua presenza a fine “Muro di Arenberg”.
A Silvia e Michela per avermi risolto un problema a pochi giorni dalla partenza ma soprattutto alla pazienza avuta nel rispondere alle richieste sulla corsa .
insomma un grazie all’intera “Bike Division”.
Un grazie a Paolo Malini per avermi preparato la bici in maniera perfetta.
Ma soprattutto grazie a tutti voi e chissà… forse il prossimo anno vi racconterò di “muri” ancora più ardui da scalare.

Fabrizio Carlotti

About the Author

Andrea Schiavina
Nato a Bologna il 19/06/1965 titolo di studio Geometra, sport praticati a livello agonistico Nuoto, Pallanuoto, Football americano e Tennis. Appassionato di sport in genere, sono osservatore di calcio professionista, collaboro con Radio Nettuno, Abito a grizzana Morandi in provincia di Bologna sposato

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