Giovani e Prime Squadre

giovani

 Il motore del calcio sono le categorie della LND.

Qui centinaia di migliaia di tesserati e tra questi i giovani che ogni giorno impiegano gran parte del loro tempo a calpestare campi in terra, erba naturale o sintetico. Rincorrono palloni da calciare in porta o evitando che ci finiscano. Qui si alimentano i sogni di tanti, ammaliati dalle gesta dei loro campioni televisivi. Questi ragazzi per circa dieci anni della loro vita avranno animato centinaia di partite, dall’attività di base al settore giovanile scolastico.

Finché arriva il loro momento di diventare giovani. Entrare nello spogliatoio della Prima Squadra dove ci sono i grandi. Il quel preciso momento, la leggerezza che li ha accompagnati nel percorso di crescita, bruscamente lascerà il posto alle ansie da risultato. Improvvisamente, ogni singolo gesto tecnico diventerà responsabilità da accollarsi; ogni errore costerà al club una sconfitta e punti da scontare, finendo per incidere sulle programmazioni stagionali e le aspettative di chi il calcio lo gioca per professione. Anche nelle serie minori.

Per la regola dei giovani, per gli addetti ai lavori l’inserimento in squadra di un giovane sarà vissuto più come un ostacolo da superare che opportunità.

Personalmente come allenatore da serie minori, con onestà mi tiro fuori dal coro che in tutte le salse predica la pratica sportiva ludica. Credo in realtà questa possa essere solo da risultato. Onestamente.

Ci sono società che professano calcio solo per favorire la crescita di giovani locali. Accade di solito quando non dispongono di mezzi per tesserare atleti più esperti. Poi però, recuperati due soldini da sponsor raccattati per strada, si rincorrono vecchie cariatidi da schierare in mezzo al campo. E il giovane locale? Accantonato senza tanti scrupoli. Succede. Troppo impulsivo con la palla tra i piedi. Tra le società, poche eccezioni.

Credo sia stata proprio questa incongruenza intellettuale ad aver impoverito il calcio dilettantistico. Ritengo che sapere cosa e come poter fare  realmente  con le risorse a disposizione, per poi programmare nel medio periodo ed in modo sostenibile il futuro del club, sia il viatico migliore per alimentare i serbatoi delle serie maggiori. Senza farsi attrarre dalla possibilità di avere tra le proprie fila quell’atleta di curriculum, con indosso però un crogiolo di maglie.

Programmare significa sostenere i settori giovanili locali. Mi pongo un quesito: da lì vengono su tutti i giovani da Prima Squadra? No, a volte neanche i più dotati tecnicamente lo sono. Di certo però una buona parte potrebbe diventarlo.

Come? Accettando subito un distinguo: un sedicenne approdato alla Prima Squadra dagli allievi, qui potrà solo affinare quelle gestualità e gli altri concetti tattici già esplorati e sedimentati nella sua fase formativa. Non altro. D’altronde non intendo entrare nella diatriba che coinvolge i parametri di professionalizzazione degli istruttori di giovani calciatori. Rivolgo però l’attenzione alla vera occasione da cogliere: introdurre immediatamente il giovane nella dimensione della performance, richiesta allo stesso modo ai giovani ed al calciatore esperto. Questo farà la differenza.

Il tecnico non sovraccaricherà il giovane di eccessive responsabilità, senza però fornirgli pericolosi lasciapassare che lo allontanerebbero dalla comprensione del contesto squadra. La squadra vince e perde assieme. Tutti assieme. Tutti uguali. Nel bene e nel male.

Credo siano salutari le sgridate dei più grandi, anche quelle eccessivamente chiassose per un giovaneche aggredisce male una palla o per un passaggio sbagliato con troppa superficialità. Ben vengano quelle piazzate per i ritardi agli allenamenti o per le scarpe tenute sporche ancora dalla seduta precedente. Per una palla si vince o si perde. Una partita, un campionato o una carriera.

Perché questa sarà la vera palestra capace di forgiare il carattere del giovane. Così maturerà rapidamente.

O lascerà. È una responsabilità precisa quella di aiutarlo a mostrare la sua attitudine a reagire con determinazione. Questo sarà per lui una opportunità. Altrimenti, credo sia meglio che lasci e liberi spazio per chi ne ha e ne ha più voglia.

Si svincolerebbero dall’apprensione tanti genitori, il più delle volte ingombranti per lo stesso giovane. E ne migliorerebbe la loro qualità della vita.

Credo inoltre che il processo formativo dei giovani potrebbe essere accelerato introducendo la pratica della sana competizione interna alla squadra, già dal settore giovanile scolastico. Non come principio filosofico da perseguire, ma praticandone gli effetti con l’alternare gli schieramenti in campo ogni qualvolta si presenti un errore compiuto dal singolo. Spazio al compagno in gara. Così si potenzierebbe la crescita dei ragazzi. Mentale e di atteggiamento, al netto delle gestualità. Alla tolleranza preferisco la contesa. Credo che un giovane per costruirsi una sua opportunità per il futuro, dovrà essere dapprima competitivo, determinato e tenace. Poi di buona tecnica e fisicità. Altrimenti frana. La stessa opportunità la coglierebbe il sistema calcio, che tanto bisogno ne ha.